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Straniera, Straniera! PDF Stampa E-mail
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Un’intervista realizzata da Graziano Ricagno, Gruppo esperantista mantovano, che traccia la commuovente vita di una emigrante brasiliana. Parole che fanno riflettere e che troppo spesso non sono ascoltate. Parole che a ritroso ci ricordano i nostri italiani, parole che devono essere dette, ascoltate e protette

D- E’ vero che il Brasile è uno dei paesi del mondo a più alto tasso di sviluppo?
R - Il Brasile è una terra di grandi diseguaglianze; ci sono ricchissimi e poverissimi. Nel Nordeste mancano persino l’elettricità e l’ acqua potabile, ma anche nelle grandi città ci sono le favelas abitate dalle persone più disgraziate e disagiate. Il Brasile non è solo Copacabana o San Paolo, moderne e meta di turisti. I mezzi di comunicazione non dicono che in certe zone di Rio De Janeiro è persino pericoloso passare o che sulla parte esterna del Corcovado, dietro le spalle del Redentore (che è stato costruito molto prima), c’è una grande bidonville.

D -Hai lasciato il Brasile per ragioni economiche?
R- No, per amore di un uomo e l’ho potuto fare con una certa facilità perché ho il nonno italiano.

D- Dopo anni che vivi qui ti senti integrata?
R- E’ vero che ho in mano un documento di cittadinanza italiana e vivo in Italia da anni ma inseguo ancora i miei diritti che questa cittadinanza garantisce. Il mio titolo di studio di insegnante qui non vale niente e ci sono tutti gli ostacoli possibili alla mia partecipazione a concorsi pubblici e alla mia ricerca di posizioni lavorative a livello della mia preparazione. Ho deciso di ‘fare carriera’ come collaboratrice domestica, badante e altro simile, in quel basso ‘livello lavorativo’ riservato a noi stranieri, tappabuchi per lavori che i ‘locali’ si rifiutano di svolgere.  Mi domando: Non meritiamo altro? Siamo qui per questo? Non importa niente di noi a nessuno o ci è permesso avanzare qualche istanza? Personalmente credo che meritiamo di più. E qui forse si può constatare quanta strada dobbiamo ancora percorrere, anche all’interno di noi stessi e delle nostre coscienze, per uscire da questa situazione, specialmente se veniamo da paesi che i ricchi e i potenti chiamano ‘terzo mondo’ ‘in via di sviluppo’ e che io chiamo semplicemente ‘oppressi, sfruttati e perciò sottosviluppati’. Purtroppo noi stessi abbiamo assimilato questa definizione, che ci appare in tutta la sua evidenza quando noi ‘terzo mondo’, incontriamo il ‘primo mondo’ (il secondo dov’è?) e avvertiamo dentro di noi un divario che non speriamo di colmare.

D- Allora ti dispiace di aver lasciato la tua terra natale?
R -Non sono pentita della mia scelta, ma mi rendo conto che, lasciando la mia terra natale, ho perso quell`’equilibrio interiore’, quella splendida sensazione di ‘essere a casa’, di camminare sulla terra dove sono nata, cresciuta, dove ho imparato a camminare, a parlare, ad amare e dove ho iniziato e progettato il mio futuro. Sono contenta della mia famiglia, ma nei rapporti con gli altri mi sento ancora un’estranea. Ovviamente parlo di me come persona che si è stabilita in modo definitivo in un altro paese o quantomeno di quelli che restano lontani dalla terra di origine per molti anni; escludo dal discorso il professionista qualificato che gira il mondo per affari o per motivi di studio. Il vincolo con la terra natale resta e resta per sempre, forse anche più forte, perché nella nostra condizione di ‘stranieri fuori contesto’ la nostra appartenenza linguistica e culturale rivendica presenza, rispetto e vuole essere conservata e difesa.

D- Secondo te l’ integrazione è quindi un chimera?
R - L’inseguimento dell’integrazione è frustrante e lo ‘straniero’ lo inizia dal momento del suo arrivo nella nuova nazione dove inizia una nuova vita. Forse, per riuscire nell’integrazione occorrono due o tre generazioni.

D- Noi possiamo fare qualcosa oggi per aiutarvi?
R- Per aiutare il migrante a non sentirsi diverso, fuori contesto, l’unica soluzione, secondo me, è che la nostra ‘diversità di migrante non venga accolta come estraneità ma accettata come una comune differenza interpersonale. Dall’altra parte occorre che anche noi, come qualche volta succede, non ci chiudiamo in un ghetto facendo i razzisti al rovescio. Dobbiamo venirci incontro a metà strada, offrendo voi a noi la vostra amicizia e viceversa, in sintesi la reciproca accoglienza.

Graziano Ricagno
Gruppo esperantista mantovano
 

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