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Home Le interviste Alicia Bernasconi, ricercatrice del Cemla (Centro studi per l'emigrazione italiana in Argentina)

Alicia Bernasconi, ricercatrice del Cemla (Centro studi per l'emigrazione italiana in Argentina) PDF Stampa E-mail
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Alicia Bernasconi, ricercatrice del Cemla (Centro studi per l'emigrazione italiana in Argentina)
parte seconda
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di Patrizia Marcheselli
alicia bernasconiI nonni erano italiani, il nonno paterno di Como. Segretaria Generale e Ricercatrice del Cemla, Centro Studi Migratori Latinoamericani, di Buenos Aires. Colta e gentile sempre indaffarata tra libri, telefonate e archivi, è una immagine a colori in un fondo color seppia, circondata da libri giganti che sembrano quasi invitarti ad aprirli.  Da molti anni, con il Direttore del Cemla, Padre Mario Santillo, non fa altro che scandagliare e cercare dati: nomi e cognomi, parentele e quanto sia possibile per ricostruire il passato di tanti emigranti. Il suo interesse e la sua passione per questo fenomeno non si limita solo alla cronologia dei fatti ma anche e soprattutto alla ricerca dei dettagli della vita delle persone, unendo fili apparentemente invisibili che formano la trama della quotidianità delle famiglie emigrate e che portano alla luce infiniti frammenti che uniti pazientemente, ricostruiscono il 'puzle' del passato.
Scherzando le dico che per me il Cemla è una nave.  Tutti a bordo dunque...

D- Le sue origini?

R- Sono nata a Buenos Aires, in Argentina, da genitori argentini: mio padre figlio di italiani e mia madre nipote di spagnoli. Il nonno paterno è venuto dall’ Italia, dalla città di Como all’età di otto anni con uno zio, era orfano. Mio padre mi raccontava che mio nonno all’età di diciotto anni era già indipendente dagli zii e che a diciannove anni si è sposato, mia nonna è nata a Moròn, provincia di Buenos Aires da genitori italiani.  Da quanto ho potuto vedere nel certificato di matrimonio i miei nonni erano praticamente vicini di casa, vivevano uno di fianco all’altro, la stessa strada, il numero civico delle case era 236 e 238. Mio nonno è morto prima che io nascessi, non ho avuto, purtroppo, contatto con lui, però con nonna invece sì, mi ha strasmesso alcune espressioni italiane...

D- Ne ricorda qualcuna?
R - Diceva molto spesso: << Madonna Santa!>>, << Faccia tosta!>> poi se io e mio fratello o mia sorella litigavamo ci diceva: << mamma arrucami tucca tucca mi ruma che adesso mamma non guarda >> (ride)... la ricordo bene. Mia nonna si chiamava Anna Teresa. Altri ricordi.... sono immagini della mia infanzia. Ero molto piccola quando nonna faceva da mangiare, per esempio: la cima ripiena o una grossa palla di carne che chiamava in spagnolo – bola de carne - e poi – la pasqualina -. Ricordo il tirare la pasta, stenderla una sopra l’altra con l’olio d’oliva in mezzo, è una immagine viva e molto forte in me. Poi il resto della mia cultura italiana devo dire che è un po’ ambientale diciamo... Quando sono andata in Italia per la prima volta, nel 1972, viaggiavo in treno e parlavo con la gente nello scompartimento e quando mi chiedevano dove avevo imparato l’italiano, rispondevo: << Al cinema...>>. Quando ero piccola andavamo spesso al cinema, almeno una volta alla settimana. C’erano i cinema di quartiere che una volta alla settimana cambiavano programmazione e il Neorealismo italiano è stato una presenza costante. Grazie al cinema ho conosciuto: De Sica, i primi film di Fellini – I Vitelloni – la scena di Alberto Sordi che sfotte, con il suo famoso gesto del braccio, ai lavoratori e il camion che si rompe... indimenticabile questa scena. Poi altri film: Pane. Amore e Fantasia, Susanna tutta panna...e tanti altri, adesso non li ricordo tutti.

D- Quindi Lei ha perfezionato l’italiano grazie al cinema?
R - No! La mia prima infarinatura dell’italiano è grazie al cinema, perchè allora non c’erano i doppiaggi, i film erano in lingua originale. Poi l’italiano l’ho perfezionato, un po’ grazie al mio lavoro, mi occupo di ricerca. Ho letto e leggo molto in italiano, sono stata molte volte in Italia e quindi diciamo che questi aspetti mi hanno aiutata, tutto questo senza uno studio formale e rigoroso della lingua e della grammatica che spero di fare prima o poi. Comunque, la storia delle mie origini è simile a molte altre storie dell’emigrazione italiana in Argentina. Mio padre, le mie zie, sapevano abbastanza poco della storia di mio nonno. Forse perchè mio nonno era troppo piccolo, orfano di genitori, aveva perso il contatto con i famigliari credo... So che quando si è sposato nel 1896 aveva ricevuto alcuni documenti tra i quali il certificato di nascita, inviato da un parente che aveva lo stesso cognome, non so il parentesco perchè l’ho scoperto dopo, vedendo una nota scritta sul certificato: Si spedisce a richiesta di...

D - Che lavoro svolgevano i suoi bisnonni in Italia?
R - Dal certificato di nascita risulta che erano insegnanti. So anche che mio nonno ha lavorato in una ferramenta qui a Buenos Aires che si chiamava – Fereteria Francesa – una molto grande.
Dopo compra un terreno, nei dintorni di Buenos Aires, e poi costruisce la sua casa, nel quartiere Saenz Peña.  Quando ho cominciato a studiare l`emigrazione ho scoperto che mio nonno, come tanti italiani, aveva rapporti con altre famiglie italiane: i suoi vicini di casa, la Fam. Bosso, erano i grandi amici di famiglia. Nel censimento del 1895 risulta che la sorella di nonna si era sposata quando aveva 16 anni, mia nonna ne aveva 18, giovanissime ...però all’epoca era così.

D- Suo nonno aveva fratelli in Italia?
R - Non si sa se aveva fratelli, probabilmente no, essendo rimasto orfano molto piccolo. Mia madre mi raccontava di una famiglia Mazzini che a quanto pare sono questi zii che l’hanno portato in Argentina. Non ho altre informazioni di questa famiglia. Del nonno ho un paio di foto molto vecchie, foto color seppia, molto formali.

D- Aneddoti?
R - Si... aneddoti, barzellette ...raccontate da mio padre, però in spagnolo. A quanto pare, mio nonno era un anticlericale, quando passava di fronte ad un convento per esempio, diceva:<< Questa è la fabbrica dei preti..>> (ridiamo). Mia nonna invece è riuscita a fargli fare la comunione a mio padre, naturalmente senza che nonno lo sapesse, poi ha insistito che anche noi, i suoi nipoti, la facessimo, però senza successo.

D- La vocazione per la ricerca, nasce forse dalle sue origini?
R - Non è un cammino così lineare come sembra o immediato e definirla vocazione è esagerato. Durante le scuole superiori comincia l’interesse per la Storia. Probabilmente anche grazie all’influenza di un grande storico che ho avuto come professore, che ci faceva leggere, ricercare, pensare e ci guidava a capire ed analizzare la dimensione umana dei fatti, si chiamava Alberto Salas. Storico, soprattutto della Conquista dell’America e del rapporto tra spagnoli e indiani. Non si arrendeva alle teorie. È riuscito a dare una nuova dimensione della lettura storica, senza mai comprare ... le versioni ufficiali, ricordo che ci diceva sempre: << Attenti!!! State attenti!>>. Scriveva molto bene. Questo ha sicuramente influito nella mia scelta di dedicarmi alla Storia all’Università.


 

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