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Home Le interviste Alicia Bernasconi, ricercatrice del Cemla (Centro studi per l'emigrazione italiana in Argentina) - parte seconda

Alicia Bernasconi, ricercatrice del Cemla (Centro studi per l'emigrazione italiana in Argentina) - parte seconda PDF Stampa E-mail
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Alicia Bernasconi, ricercatrice del Cemla (Centro studi per l'emigrazione italiana in Argentina)
parte seconda
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D- Che cos`è per Lei la Storia?
R -Penso che la Storia si fa e si capisce, quando conosci com’era in un’epoca, in un momento e luogo determinato, la vita dell’uomo comune, è questo il mio interesse. La Storia politica è la storia di quelli che hanno preso le decisioni però l’effetto e le conseguenze di queste decisioni si vede nell’uomo comune, quotidianamente.  È la parte che più mi interessa, la ricostruzione della vita di tutti i giorni dell’uomo. È un campo difficile ed è necessario il lavoro di tutti quelli che fanno la ricostruzione macro strutturale, che mettono in piedi la teorizzazione, le metodologie, gli approcci, ecc. Per me, è fondamentale arrivare fino in fondo, capire il cittadino comune, l’uomo comune.

D- Dove inizia questo interesse?
Il mio interesse per la Storia nasce alle scuole superiori, comunque mi piacevano molto anche le lingue. Mi interessavano le lingue come strumento del pensiero. Ogni lingua, per la sua struttura, ha un rapporto con il modo di pensare. Il pensiero è condizionato dalla lingua. In quel momento però, non c’era nell’Università Argentina la possibilità di fare questo tipo di studio: lingue comparate. Gli studi erano troppo chiusi, strutturati e per studiare la linguistica era necessario studiare anche la Letteratura e quest’ultima non mi interessava. La Storia mi sembra più affine a quello che volevo.

D- Com`è nata la scelta del suo lavoro?
R - Diciamo che un po’ per caso: il contatto con gli Scalabriniani e Fernando Devoto mi hanno orientato verso la scelta della Storia dell’emigrazione. Il caso vuole che le lingue e la Storia si siano intrecciate sempre nel mio lavoro. Anche il cammino verso le lingue è arrivato un po’ per caso... Parallelamente all’Università, verso la fine dei miei studi universitari, cantavo, facevo parte di un coro che ha fatto una tourneé in Europa: Francia, Belgio e Svizzera. Musica Latinoamericana. Ho avuto così l’opportunità di ottenere un contratto di lavoro che mi permetteva di studiare alla Sorbona di Parigi. Lavoravo e studiavo, anche se poi fare entrambe le cose è diventato complicato per molti fattori, però l’esperienza è stata importante. Naturalmente ho imparato il francese. (sorride) Nel 1973 sono tornata in Argentina ed ho cominciato a lavorare all’Università di Buenos Aires.

D- Ha vissuto quindi la dittatura militare?
R - Si, mi è toccata in pieno. Prima l’intervento della Triple A all’Università, poi la dittatura vera e propria. Nel 1975, prima della persecuzione militare, l’ultimo periodo del Governo Peronista tanto per capirci, ho capito che non si poteva fare la Storia perchè “la Storia” stessa ci stava passando sopra, letteralmente. Non aveva senso parlare, per esempio, dell’epoca coloniale o di qualsiasi altra epoca o cultura. Parlare della Storia contemporanea significava rischiare la vita, non potevi fare nulla e meno dire. Nell’estate del ’76 era ormai impossibile lavorare in quelle condizioni, così decisi di dedicarmi ad altro, scelsi il commercio.  E cosa mi serviva per poter lavorare in quest’area? Le lingue! Sapevo l’inglese, il francese e trovai lavoro come segretaria in una azienda internazionale, tedesca. Organizzato l’ufficio e i compiti urgenti, tra testi da tradurre e da smaltire ecc... avevo persino tempo libero, tempo che ho usato per imparare il tedesco.(ride) L’azienda mi ha pagato i corsi di tedesco c/o l’ Istituto Goethe e ne ho approfittato per fare anche i corsi di traduttrice. Per i tedeschi l’importanza dell’educazione e dell’insegnamento del tedesco è prioritaria. Hanno una meravigliosa rivista che tratta solo di ricerca sull’educazione. All’Istituto Goethe, ebbi l’opportunità di assistere alla conferenza di un esperto del Istituto Max Planck di Berlino che spiegava le ragioni, le necessità di mettere l’accento sull’educazione dei figli degli emigranti, fin da piccoli. Spiegava che la lingua e la cultura d’origine nella cultura autoritaria, creano uno scarto, una differenza o laguna che deve essere seguita fin dall’asilo nido. Eliminare le barriere e le differenze che vanno in deterioramento, per chi ha meno possibilità, a favore dell’educazione per lo sviluppo cognitivo del bambino. In poche parole: spiegare è insegnare a ragionare. Un’educazione che non trasmette, limita le possibilità di raziocinio nei bambini, quindi, un bimbo che frequenta la scuola elementare senza questo percorso, è in condizioni d’inferiorità, rispetto agli altri, di imparare e capire. Tutto questo mi interessava ed interessa molto.

D- La cultura trasmessa dalla sua famiglia, l’hanno forse aiutata nelle sue scelte?
R -Io ho avuto fortuna in molti aspetti. Se penso a mio nonno: arrivato, emigrato qui da bambino e senza nulla, io sono stata fortunata. Nonostante questo è comunque riuscito a mandare all’Università il minore dei suoi figli, mio padre, che è diventato ingegnere. Un altro ricordo trasmesso da mia nonna sulla storia di mio nonno è che, come molti italiani dell’ epoca, amava l’Opera. Viveva in provincia, però quando al Teatro Colon di Buenos Aires c’era un’Opera lui non mancava e poi doveva aspettare fino al mattino seguente il tram che lo riportava a casa. Mia nonna era gelosa, perchè nonno aveva la fotografia autografata della cantante Gabriela Besanzoni (ride). L’Argentina stessa aveva, a quell’epoca, una politica culturale veramente molto intensa. C’era il giornale La Naciòn che pubblicava tutte le settimane opere delle Letteratura Universale a prezzi modici e queste pubblicazioni erano presenti non solo in tutte le edicole ma anche in tutte le case, io le trovavo da bambina a casa dei nonni o degli zii, ovunque insomma. Mia madre, invece, era figlia di emigranti spagnoli, poveri ma di idee progressiste. Mio nonno era tipografo, uno dei primi a partecipare agli scioperi dei tipografi a Buenos Aires. Le sue figlie erano tutte insegnanti, cosa non comune all’epoca. In questo ambito, in questa atmosfera, è cresciuta mia madre che è insegnante per bambini con difficoltà di apprendimento. Mamma è anche insegnante di Matematica e Fisica, di fatto ha conosciuto mio padre durante gli studi, papà oltre all’Ingegneria studiava anche per diventare professore di Matematica. Noi, fin da bambini, abbiamo ricevuto e vissuto questa realtà. Poi il Liceo, decidere cosa fare. La matematica mi è sempre piaciuta, almeno fino al terzo anno anche se poi le Scienze Sociali e la Storia hanno avuto il sopravvento. Ricordo che ad una psicopedagoga che ci orientava verso la scelta universitaria le dicevo che mi piaceva la Storia ma avevo paura di morire nell’insegnamento. Vedere l’esperienza di mamma come insegnante, ti parlo non solo del compenso materiale ma anche di quello spirituale che è stato relativo rispetto agli sforzi fatti durante la sua carriera, il riconoscimento, il poter fare altro con le sue conoscenze, ecc. Molti anni dopo, mia madre mi raccontò che in realtà avrebbe voluto fare ricerche sull’insegnamento “speciale” ai bambini, però l’arrivo dei figli ha reso difficile per lei la realizzazione di questo progetto.Quindi ho ricevuto questa eredità: la possibilità e la molteplicità delle cose che potevo e mi piaceva fare. La Storia, la Matematica, ma non quella elevata, quella semplice diciamo, come funzione del ragionamento. Anche la vocazione docente è un’eredità, arrivata dai bisnonni, dai genitori, dalle zie... ero circondata da insegnanti. (sorride)

D- Da quanti anni lavora al Cemla?
R- Dal 1985, dall’inizio stesso del Cemla, in gradi diversi. I primi anni ho collaborato soprattutto con la rivista e le prime pubblicazioni,  poi ho cominciato a lavorare, due o tre volte alla settimana, all’organizzazione dell’archivio, della biblioteca, la corrispondenza, ecc... un’altra volta la presenza delle lingue. (sorride) Nel 1992, il fondatore del Cemla, Luigi Favero, da Superiore Provinciale è stato eletto Superiore Generale e quindi tutto ciò significava la sua partenza per Roma. Sono rimasta a carico praticamente di tutto, fino all’arrivo di Mario, con un impegno molto più intenso in tutte le aree.

D- Quanti libri ha scritto e a quante pubblicazioni ha collaborato?
R – Ho scritto articoli, non so ... per una mezza dozzina di libri. In collaborazione con Carina Frid, un libro sulla elite degli emigranti in Argentina, con articoli di diversi autori, recentemente ho pubblicato un libro sulla - Società Toscana di Avellaneda - che è la prima società toscana ad essere fondata fuori dall’Italia, nel 1927, quest’ anno compie 82 anni. Un dato interessante di questa ricerca: una società operaia, decisamente antifascista, fondata da un gruppo di operai provenienti dalla provincia di Pisa e dintorni che ha conservato tutti gli archivi, in una maniera poco frequente, molto ordinata, fin dagli inizi della società. Hanno praticamente tutto: gli atti delle riunioni del Consiglio di Amministrazione, gli atti delle assemblee, i libri dei conti, il registro dei soci, fotografie, è stato un lusso lavorare su questo progetto. Per questo, quando ho visto questo straordinario materiale ho proposto alla Regione Toscana di digitalizzare le foto per metterle così a disposizione di tutti i ricercatori, non solo in Argentina. È stato molto interessante! In questo momento sto lavorando sulla storia degli emigranti della Repubblica di San Marino, i sanmarinesi in Argentina.

D –  Se nella Storia ciò che più le interessa è la ricostruzione della vita dell’uomo comune, nella ricerca qual è il filo conduttore che l’appassiona di più?
R- Quello che più amo o emoziona se vuoi,  è trovare durante la ricerca quegli elementi che mi permettono di arrivare fino a quel punto. Per esempio, nella storia di San Marino, è stata la possibilità di ricostruire il percorso di una famiglia, fin dal momento dell’arrivo in Argentina: quando hanno cominciato a lavorare, le difficoltà, tutte le tappe fino a quando sono diventati proprietari.  È una cosa molto difficile da trovare. Certo, nelle statistiche o nei censimenti trovi il numero di proprietari, di braccianti, di mezzadri o lavoratori ecc. Però quando questo ha un volto... un volto vero, quando una persona ti racconta le tappe della sua vita: cosa mangiava, come andava a scuola, quali erano le sue relazioni sociali, quando è diventato affittuario, quando ha sentito per la prima volta la possibilità di realizzare il sogno di diventare proprietario. Queste sono le cose interessanti, è qui che senti che ti avvicini sempre più al nocciolo della questione. Oppure quando hai tra le mani il diario di un emigrante che racconta le sue piccole furbizie per guadagnare un po’ di soldi da spendere da bambino. Ti racconta la storia del padre che lavorava nelle ferrovie in Argentina e che dopo anni 20- 30 anni di lavoro, di sacrifici e di risparmi lascia le ferrovie per  realizzare il suo sogno: lavorare la terra e diventare contadino, di come riesce ad acquistare un piccolo terreno, ma che poi i numeri non tornano ed è costretto a rinunciare a questo sogno. È davvero unico tutto il percorso. Queste storie non sempre conosciute, ti portano ad analizzare le grandi linee o grandi proposte d’interpretazione della Storia.

Info Cemla: AV. INDEPENDENCIA 20  C1099AAN  BUENOS AIRES
Tel: (54 11) 4342 6749 E-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Patrizia Marcheselli
Mantovani nel Mondo


 

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