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Intervista a Roberto Magnani
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Venerdì 07 Ottobre 2011 16:55
magnani-rob2011Roberto Magnani, originario di Magnacavallo (piccolo comune del mantovano, tra l’altro dove ogni anno ha luogo la festa dell’Emigrante) ha trascorso quasi l’80% dei suoi venticinque anni di attività lavorativa all’estero, prima negli Stati Uniti, poi in Francia e Svizzera, ora in Spagna. E questo sempre all’interno di una famosa multinazionale del settore informatico dove ha percorso rapidamente le tappe di una carriera che l’ha portato alla carica che ricopre attualmente, Direttore dell’Area Sud Ovest dell’Europa, dal Portogallo alla Grecia ed Israele.

Il testo dell'intervista:
E’ stato il caso o la tua precisa volontà a spingerti così tanto tempo all’estero?
Appena laureato in Ingegneria mi si è presentata un’opportunità interessante di fare attività di ricerca in un Centro negli Stati Uniti, a dir la verità non ci ho pensato su molto ed ho subito accettato. Mi sono trovato bene, ho potuto inserirmi proprio nella Società che costituiva il mio sogno giovanile e da allora non ne sono più uscito.

Sei soddisfatto quindi della tua scelta?
Sì certamente, ma, guarda, devo dire che più della posizione lavorativa che ho raggiunto, che certamente è buona, mi è proprio piaciuta l’opportunità che mi si è presentata di vivere in Paesi diversi, con realtà anche molto distanti da quella italiana; come si suol dire è stata veramente una grande esperienza di vita. E sono contento di averla condivisa con la mia famiglia (anche se ora, da quando sono in Spagna, abbiamo deciso io e mia moglie di riportare i ragazzi in Italia per fargli frequentare il Liceo, altrimenti rischiavano di fare come certi americani figli di emigrati italiani che ci tengono a dirsi italiani senza tuttavia conoscere minimamente Dante Alighieri o parlando poco e male la lingua italiana!).

E’ stato sempre tutto rose e fiori allora?
Non volevo dire questo. All’inizio per un italiano è sempre dura, all’estero c’è sempre ben vivo il pregiudizio che vede gli italiani come pressappochisti, inaffidabili, mai in orario, che non mantengono la parola, che quando fanno o dicono una cosa hanno sempre un secondo fine, e via dicendo. Quindi parti con un handicap che devi colmare lavorando il doppio e dimostrando ogni giorno che quello è, appunto, uno stereotipo.

Ma possibile che ci vedono sempre così?!
Gli stereotipi, si sa, sono duri a morire. Ma quello che più mi ha stupito, io ho vissuto molti anni nel Vermont (faccio ancora parte della Vermont Italian Cultural Association), quindi nella provincia degli Stati Uniti, è che, al di là delle grandi città, dell’Italia si vede e si sa molto poco (quelle poche volte che in Tv o nei giornali si parlava d’Italia era per qualche scandalo o episodio folkloristico). Devo dire, però, che poi gli americani sono molto aperti, ascoltano e non faticano a cambiare idea, e che, anche, restano molto colpiti dopo dalla nostra, dei padani intendo dire, capacità di lavorare sodo e duro, oltre alla franchezza, la concretezza, l’atteggiamento positivo volto alla soluzione dei problemi.

Mi dicevi che ultimamente ti è capitato di citare spesso la piccola realtà padana, Mantova  in particolare, visto che è la città che conosci meglio, come modello ideale per viverci.
Sì, è così. Per motivi famigliari ultimamente torno più spesso a Mantova, c’è mia mamma che è anziana, e ogni volta riscopro che la qualità della vita è di alto livello, così come quello della civiltà delle persone, oltre alla presenza di un “paesaggio” unico, intendo anche quello creato nel tempo dall’uomo.

Cosa ci puoi dire della Spagna attuale?
La Spagna non è un Paese omogeneo, ci sono intere regioni dove faticano molto anche solo a dirsi spagnoli… Qui gli italiani godono di una reputazione migliore, forse perché siamo più simili a loro, l’Italia stessa è molto amata. E devo anche dire che degli italiani che operano qui è molto apprezzata l’abilità di saper muoversi, e di ottenere risultati, nelle situazioni complesse, insomma come si dice “Se vuoi far fare al meglio un lavoro ripetitivo rivolgiti a un tedesco, se vuoi qualcuno che ti tiri fuori dai guai in una situazione complicata chiama un italiano”. Invece una cosa che qua c’è e che forse manca in Italia è che, specie in un momento critico come questo, agli spagnoli non viene meno il senso civico, sanno concentrarsi meglio di noi sul focus dei problemi e sanno prendere le decisioni necessarie. Inoltre noto, anche nei dibattiti televisivi, ma anche nella vita comune, che c’è sì l’indignazione, la protesta, ma sempre con uno spirito dialettico, ovvero rivolto al cercare il miglioramento delle cose, non alla polemica fine a se stessa.

Infine, puoi darci qualche anticipazione delle novità che bollono in pentola nel tuo settore, cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi anni?
Direi che ci sono due grandi filoni: il primo è l’adattare le tecnologie, che già esistono,al miglioramento della vita quotidiana della gente, alludo ai sensori, alle procedure per il controllo con automatismi e tramite la Rete di processi abbastanza complicati quali la gestione del traffico cittadino o il flusso delle risorse idriche a partire dall’erogazione fino alla distribuzione nelle singole case, quindi potremmo dire una pervasività tecnologica che aumenti sensibilmente l’intelligenza della gestione di servizi e processi di pubblica utilità. Il secondo filone è un affinamento dell’automazione per assomigliare sempre di più al cervello umano, con l’obiettivo certamente di fare meglio, ti faccio un esempio: negli Stati Uniti è molto avanti una ricerca dove si mettono a confronto uomini e macchine in un’attività all’apparenza frivola, le risposte ai quiz televisivi, quelli tipo il Milionario, dove, in realtà, oltre a possedere delle mere nozioni sono richieste capacità di calcolo dei rischi, di assunzione di responsabilità che si fatica ad attribuire ad una macchina; ebbene, devo dire che ci siamo molto vicini (col vantaggio che le macchine non cadono vittima delle emozioni)…

a cura di Claudio Scaglioni
 

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