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Quando da queste parti, parlare in italiano, è l’unica cosa che rimane
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Sabato 31 Luglio 2010 16:18
FamigliaNizzolaI nomi sono fittizi, perchè ho promesso di non rivelarli. La storia è vera, così come le radici, il sapore ed i ricordi. Vera è anche l’angoscia che mi ha preso quando ho letto della decisione di Barroso. Questa storia la dedico a lui e gli auguro di non soffrirla mai in prima persona, perchè dalle mie parti dicono: chi la fa, l’aspetti...

Qualche mese fa, faceva ancora caldo, una amica passa a prendere un caffè veloce a casa, lei beve mate, mentre io con la mia piccola caffettiera regalata da mamma mi preparo un caffè “piccolo”, come lo chiamano qui. Frettolosa, la mia amica mi dice che va a trovare sua madre che vive in una casa di riposo, non può tenerla a casa sua, lo spazio è poco, troppe scale e per giunta è figlia unica. Così mi invita ad accompagnarla. Nonostante la madre sia ancora abbastanza in gamba, ogni tanto perde il senso della realtà e va’ lontano. Il corpo curvo si appoggia su un bastone battezzato “pepe”: la radio sul comodino, il giornale e gli occhiali. Entriamo e sedute sul letto cominciamo a parlare, poi dopo un po’ preferisco lasciarle da sole e mi addentro in una sala. I presenti, nonni e nonne mezzo addormentati, mi guardano spalancando gli occhi e cercando di capire se mi conoscono, tutti meno una. Una signora seduta con la testa in giù, il mento sul petto, sembra addormentata, però bisbiglia qualcosa. Mi siedo nell’unica sedia libera che c`è, a un paio di metri di distanza, sorrido a tutti gli sguardi, saluto e tiro fuori il mio cellulare.

Vicino alla signora, due donne giovani, probabilmente la figlia e la nipote che ogni tanto le esciugano le labbra. Pochi minuti ed ascolto il problema di Marietta, chiamiamola così, soffre di demenza senile e quindi deve prendere certe medicine, sedanti, che la facciano star tranquilla, perchè ogni tanto spacca tutto e diventa un po`violenta con gli altri. La figlia, in spagnolo, le domanda, come si dice in italiano fragola e Marietta scuote la testa, la figlia insiste, nulla da fare, si avvicina anche una delle assistenti con una tazza di te e un paio di biscotti.

Marietta alza la testa e dice: " fruttella ", io ascolto e trattengo l’impulso di correggerla. La figlia dice all’assistente che non ricorda come si dice, però sa che non è questa la traduzione, poi aggiunge che prima parlava di più in italiano e adesso lo fa sempre meno. Non riesco a trattenermi e  mi intrometto rivolgendomi a Marietta : "Fragola, in italiano si dice fragola... " Marietta alza la testa di botto e mi guarda, spalancando gli occhi, sorride e la figlia sorpresa la osserva mentre mi dice: "Fragola! Hai ragione!". Come se si fosse svegliata da un lungo sonno cominciamo a parlare, ignare degli sguardi di tutti mentre la figlia, in un paio di occasioni, cerca di introdursi nel dialogo non riusciendoci perchè non le diamo spazio:
" Ma tu, vivi qui? - chiede Marietta - " Si certo, da tre anni.   
- E cosa fai? -  incalza lei - "Sono insegnante di teatro
Ahhh ... bello! E di dove sei? -  Sono di Mantova. E lei?
Io sono del Sud, calabrese, sono venuta qui da sola in nave quando avevo 8 anni e non sono tornata più, è bella l’Italia, no? È tanto bella l’Italia...è ancora bella?  - Si, è cambiata un po’, però non troppo...."
La figlia intanto con gli occhi spalancati prende per mano a Marietta e le dice che sentirla parlare in italiano la fa felice, l’assistente ribadisce che erano mesi che non reagiva così lucidamente. Intanto io e Marietta continuamo a guardarci, a sorridere e parlare
" La tua famiglia dov`è?Sono tutti in Italia signora e stanno bene, ho anche due nipotini ....
- Mi raccomando, stai attenta per strada, qui è pericoloso... ti piace la pasta?  -  ride ...  -  Da morire! - e rido anch’io.
- Come la facciamo noi...dalle mie parti si mangia bene... " - Nel frattempo la mia amica mi fa segno di raggiungerla per prendermi un mate insieme a lei e alla mamma. -" Arrivederci signora è stato un piacere conoscerla, davvero un piacere! "

Alzo la mano e la saluto, la figlia si alza e mi ringrazia, commossa mi dice che la madre ha avuto una vita difficile e che parlare in italiano è l’unica cosa che le è rimasta dell’Italia, che la sua memoria è viva sul passato perchè il presente per lei non esiste. Le stringo la mano e cerco di allontanarmi anche perchè ho un nodo alla gola che comincia a stringere ed io mi conosco, però la nipote mi fa cenno con la testa, Marietta si è alzata dalla sedie e mi dice: "Ti posso dare un abbraccio ? "  Mi avvicino e mi chino su questa donna esile, col viso intagliato di realtà, di sacrificio e dolore, di memoria e di ricordi, l’abbraccio un istante ed inghiotto il magone, lo inghiotto tutto, perchè così dev`essere, di fronte a tanta voglia di terra.

La ringrazio e lei alza la mano e mi segue con gli occhi spalancati finchè non sparisco nel corridoio. Mi fermo. Prendo fiato, bevo mate con la mia amica e la mamma e poi me ne vado. Zitta. Non posso pensare ad altro e i mie pensieri diventano uno specchio. Ho resistito più che potevo, poi ho aperto le dighe. Da queste parti, a questi italiani ed italiane che hanno lasciato la loro terra, la loro famiglia e i loro morti nei cimiteri, negli ultimi anni gli hanno tolto tutto: il diritto di votare, di avere una pensione, una assistenza medica sicura, di poter vivere con dignità, persino il passaporto ad alcuni/e, ignorati dalla loro Patria, italiani di seconda categoria.

L’unica cosa che gli resta è la loro lingua, l’italiano.  La nostra lingua non ce la potete tagliare!

Patrizia Marcheselli

 

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