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Home Reportage Contadini e pellagra a cura di Luigi Rossi

Contadini e pellagra a cura di Luigi Rossi
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Mercoledì 19 Maggio 2010 17:58
Indice
Contadini e pellagra a cura di Luigi Rossi
Contadini e pellagra Nell’Alto Mantovano
Contadini e pellagra. Visita a una famiglia
Pellagra e fame
Il povero e la pellagra
I pellagrosi nel Mantovano
Tutte le pagine
mosso-1900Angelo Mosso (Torino, 30 maggio 1846 - 24 novenbre 1910), nato in una famiglia operaia, si laureò in medicina a Torino nel 1870 e svolse la professione di ufficiale medico a Firenze, Napoli, Salerno e Messina. Ricercatore a Firenze e Lipsia, ritornato in Italia divenne professore di farmacologia. Nel 1904 fu nominato senatore. Diverse le sue ricerche e pubblicazioni, tra le quali Vita moderna degli italiani (Milano, Treves, 1905), raccolta di saggi sull’Italia dell’epoca e sull’emigrazione. Interessanti risultano i brevi interventi dedicati ai contadini del Mantovano e alla pellagra, la malattia della fame o delle quattro D: dementia, dermatitis, diarrhea, death. Ci aiutano a comprendere la situazione sociale ed economica nella campagna mantovana (ma anche nel Veneto, Friuli, Piemonte ed Emilia) tra 1850 e primi decenni del 1900, anni in cui migliaia di Mantovani (e italiani) scelsero l’emigrazione verso le Americhe e l’Europa.

Mantova, settembre 1905
Sono venuto qui per conoscere l’ambiente che diede rapido sviluppo al socialismo fra i contadini. In causa della pellagra, nessuna regione d’Italia fu studiata meglio dai medici. Leggendo gli scritti dei socialisti sulle condizioni dei contadini, tutto mi sembrava chiaro e semplice; però giunto sul luogo, appena volli comprendere la realtà fisica delle cose e penetrare collo sguardo sotto la superficie dei fenomeni sociali, immediatamente le idee si confusero ed i fatti si misero in contrasto con le teorie.

Gli operai che lavorano nei latifondi sul basso Mantovano stanno meglio dei contadini che coltivano i propri poderi nella parte alta di questa provincia. Le condizioni dell’agricoltura qui furono tristissime fin verso il 1880; quando i grandi proprietari cominciarono a comprendere l’utilità di una coltura più razionale della terra. Migliorata la tecnica, cresciuto il reddito, crebbero anche le mercedi: e pel fatto noto, che il socialismo si sviluppa dove esiste un certo grado di elevatezza intellettuale e di benessere del proletariato, dopo alcuni anni le classi lavoratrici cominciarono ad organizzarsi colle leghe di resistenza. L’agricoltura, nella grande proprietà, fu ridotta ad una industria, dove gli operai sono contadini. Questi si dividono in “bifolchi” e “braccianti” (nel linguaggio del paese li chiamano “ obbligati” e “spesiati”): il bifolco lavora tutto l’anno con un salario fisso; il bracciante vien pagato a giornata.

Calcolando la spesa della pigione, il granoturco, il frumento, il vino e quanto riceve in danaro, un bifolco guadagna circa quattrocento lire l’anno; altrettanto guadagna lo spesiato o bracciante. Con tale mercede non potendo campare una famiglia, occorre fare qualche altro piccolo guadagno. Non posso fermarmi ad esaminare i patti colonici che variano da una zona all’altra, e riferisco qualche appunto preso dal mio taccuino di viaggio.

Ho passato un pomeriggio delizioso; nei campi, in vettura, insieme ad un amico che mi condusse nei suoi poderi. Mi raccontò le peripezie dello sciopero scoppiato il 17 marzo 1902, che durò più di un mese e terminò colla sconfitta dei contadini. Gli scioperi isolati erano stati prima assai frequenti; e solo nel 1902, la Federazione delle leghe organizzò un movimento più vasto; discusso lungamente e proclamato con entusiasmo; pel quale (in causa alla coalizione dei padroni) i contadini perdettero i vantaggi che erano riusciti ad ottenere colle scaramucce che avevano preceduto la grande battaglia. In sette comuni del Mantovano furono più di cento i grandi proprietari, che videro disertati i campi, sospesi i lavori delle vigne, delle risaie e dei prati.

Un fatto caratteristico di questo sciopero, fa onore ai contadini. I bifolchi (nonostante le insistenze dei caporioni che dirigevano il movimento) non vollero abbandonare le stalle: sarebbe stata questa l’arma decisiva contro i padroni, ma non vollero servirsene. Un bifolco disse al mio amico: “povere bestie, perché devono soffrire, se noi siamo in lotta con lei!”. E mi raccontava che nello sfratto, quando dovevano cedere la casa e la stalla ad altri contadini, fatti venire da lontano per supplirli, i vecchi bifolchi prima di andarsene ripulirono ancora le stalle e diedero da mangiare agli animali.

La vettura correva sulla strada biancheggiante, e le grandi praterie splendevano al sole, circondate da platani che fanno una cornice caratteristica sulle sponde dei fossi. Se mancassero gli alni dalle foglie glutinose ed i platani, la grande pianura del Po, tanto ricca di acque, sarebbe simile ad un paesaggio olandese. D’un verde tenero quasi primaverile l’erba, d’un azzurro chiaro il cielo, una nebbia sottile e radente che celava i monti lontani, chiudendo l’orizzonte, dava l’impressione vaga dell’infinito nel quale si confondono le cose.

Guardavo le mandre disperse sui prati; le vacche col mantello grigio chiaro, quasi bianco, ed i buoi più scuri e bruni; seguivo gli aratri che solcavano profondamente la terra nera: un fanciullo davanti e il bifolco col lungo pungolo guidavano tre o quattro coppie di buoi per ogni aratro, a me risuonavano nel cuore le parole “povere bestie” che mi avevano aperto uno spiraglio nuovo per comprendere l’anima del contadino. Pensavo con amarezza che proprio qui, dove i bifolchi sono tanto buoni ed affettuosi da amare le bestie colle quali dividono la fatica, proprio qui la lotta di classe degli operai contro i padroni è più intensa. La natura radiosa spargeva intorno la gloria di una pace profonda, trionfante impassibile sull’agitazione e sulle lacrime dell’uomo.

Un altro fatto caratteristico dei moti agrari dell’Italia, è la partecipazione della donna alla lotta. Quando fu dichiarato lo sciopero nel Mantovano le donne vi presero parte con grande entusiasmo. Anche nei moti della Sicilia, al tempo dei Fasci, le maggiori noie i soldati le ebbero dalle donne. Cinquecento insieme a Milocca assalirono la caserma dei carabinieri, sfondarono le porte e liberarono gli arrestati. Non un uomo era con questo esercito di furie, ed i carabinieri stettero coi fucili alle finestre senza aver coraggio di far fuoco. La comparsa delle donne in così gran numero negli scioperi è un fatto che non si osserva nell’Europa del Nord. Forse la ragione di questa differenza nella psicologia delle folle fu compresa dal Taine quando scrisse: “La vie et le naturel du Midi étant plus féminins, les femmes son sur leur terrain et commandent.”



 

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