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Contadini e pellagra a cura di Luigi Rossi - Contadini e pellagra Nell’Alto Mantovano
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Mercoledì 19 Maggio 2010 17:58
Indice
Contadini e pellagra a cura di Luigi Rossi
Contadini e pellagra Nell’Alto Mantovano
Contadini e pellagra. Visita a una famiglia
Pellagra e fame
Il povero e la pellagra
I pellagrosi nel Mantovano
Tutte le pagine

Nell’Alto Mantovano
pellagraPer conoscere come mangiano i poveri, trovai difficoltà maggiori che non avessi immaginato; perché la gente si vergogna di essere troppo povera, e spinge l’amor proprio al punto da rifiutare un soccorso anche quando soffre la fame. Tutti sanno che la miseria peggiore è quella dei decaduti i quali vivono di privazioni; e che sono le persone bisognose, quando non vogliono mostrare in pubblico la loro condizione disagiata, quelle che soffrono di più: ma io non poteva immaginare che un sentimento simile di orgoglio fosse comune nella plebe che vive nei campi, e fu per me uno strazio conoscere tanta gente che di nulla è più vergognosa quanto di esser colpita dalla pellagra, che considera come la malattia della miseria e il segno incancellabile della povertà estrema.

Darò alcuni esempi per mostrare quanto sia difficile soccorrere i miseri, e mettere un riparo alle sofferenze del popolo. In alcuni comuni dove abbondano i pellagrosi le congregazioni di carità ed i municipi aprirono istituti di beneficenza col nome di “pellagrosari”. Per alcuni mesi dell’anno quivi si curano i contadini con un vitto migliore; si offre loro carne e pane con minestre sostanziose; ma i contadini non vi vogliono essere ricoverati.

Si può supporre che il dover star chiusi lontano dalla famiglia e sospendere i lavori dei campi sia la causa di questa avversione, perché in fondo si tratta di una malattia che non ha bisogno di cura, tranne quella del vitto: ma non è questa la causa: infatti nell’intento di prevenire la pellagra si pensò ad istituire le cucine economiche, ma anche di queste non se ne vollero servire. La ragione psicologica di tali fatti contrari allo spirito della beneficenza, appare sotto altre forme nelle grandi città dove pure le cucine economiche non poterono svilupparsi. In campagna la cosa è più grave, perché sono cucine economiche nelle quali si mangia senza pagare. So di municipi i quali, col sussidio delle provincie, impiantarono le cucine: presero un locale adatto, e, messe a posto le pentole e le tavole, pubblicarono il giorno e l’ora che avrebbero cominciato a regalare la minestra, un piatto di carne con verdura, pane e vino ai poveri. Nessuno si presentò, o furono così pochi che si dovettero chiudere le cucine pubbliche. Tale è il sentimento nobile che avvolge gli strati inferiori della società donde sorge l’anima incosciente e il carattere del nostro popolo. Solo il lavoro soddisfa i contadini; ogni altra forma di beneficenza è respinta come una umiliazione. Non è orgoglio ma l’inspirazione sana di una elevatezza del pensiero.


 

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